La via 

       del vino

Dal fondovalle sono tante le strade che si diramano verso le località abbarbicate su colli impervi, vestigia di antichi mestieri e tradizioni che vanno via via scomparendo, il più delle volte custoditi nella memoria dei vecchi e nei racconti tramandati di padre in figlio; un archivio labile destinato a perdersi nel tempo con lo sparire delle generazioni più anziane. Fortunatamente c’è chi si è adoperato per raccogliere queste testimonianze orali: Hugo Plomteux, immaturamente scomparso, condusse negli anni ’70 una interessante ricerca sulla "gente" della val Graveglia documentata nella pubblicazione Cultura contadina in val Graveglia. Come allora anche oggi ogni libro sulla val Graveglia si prefigge di valorizzare le attività legate alla produzione tradizionale e alla economia rispettosa dell’ambiente e dell’uomo. In una regione ricca di fascino e contrasto, dove case moderne a fondovalle sono ricordo lontano di quelle antiche arroccate sui colli, fiere del loro passato, compaiono magri coltivi o rigogliosi vigneti, soprattutto nel comprensorio di Ne. Come non citare la rinomata uva "bianchetta" di Campo di Ne o suggerire una visita alle case di Castagnola, alcune in abbandono ma immerse nel mezzo di un grande vigneto. L’attenta e costante modifica operata nei secoli dalla mano del contadino è stata una combinazione di bellezza estetica e praticità. Quando Vitis vinifera non era "maritata" ad un albero, veniva disposta a filari che si affannavano per ripidi pendii, fino ai margini del bosco. 

Questa rampicante appartenente alla famiglia delle Vitaceae-Ampelidaceae, che in val Graveglia si spinge fino ai 600 metri di altitudine, presenta soprattutto uve tradizionali come albarola o bianchetta, trebbiano e vermentino, che danno la possibilità di sfruttare differenti situazioni ambientali. I tralci filanti ornati dai cirri riccioluti che aiutano la pianta a sostenersi e a sorreggere i grappoli sono all’origine di un vino eccezionale per aroma, sapore... e fatica. E dove la vite non distilla l’anima del terreno sono i castagni e l’assenza assoluta di industrie, e quindi di sostanze inquinanti, a regalare un qualcosa di inaspettato: a Botasi le api producono un miele monofloreale di elevata qualità, dal color ambra scuro, dal sapore simile all’odore, persistente, con componente amara più o meno accentuata.


La cura della vigna in val Graveglia


Un filare di vite

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