La Via

     dell’Olio

L’olivo, Olea europaea sativa ha costituito sin dall’antichità un aspetto dominante dell’agricoltura e dell’ambiente del bacino del Mediterraneo. In tempi lontani l’olio di oliva, grazie alle sue proprietà organolettiche, rappresentava un prodotto fondamentale dell’alimentazione umana. Se ne faceva uso anche per l’igiene e la cosmesi personale, per alimentare le lampade ad olio o per lubrificare i rudimentali attrezzi "meccanici" del tempo. L’olio entrò nella cultura del popolo mediterraneo al punto tale dall’essere consacrato e utilizzato in certe cerimonie liturgiche e nella cura di alcuni sacramenti; lo stesso "Spirito di Dio", che nasce dall’unzione sacerdotale, si identifica nell’olio di oliva, come anche l’ebraico Messia ed il greco Kristos stanno appunto a significare colui che è unto. Oggi l’olio allieta soprattutto la buona cucina mediterranea mentre gli ulivi impreziosiscono il paesaggio di gran parte dell’Italia grazie alle fantasiose curve dei tronchi e al verde argenteo delle lanceolate foglie. In definitiva questo sempreverde della famiglia delle Oleacee, insieme al suo frutto, è entrato nel mito e nella storia dell’uomo.

La storia
Il Pamir e il Turkestan sono i luoghi di origine dell’ulivo; ne ha fatta quindi di strada questa pianta delle dicotiledoni prima di attecchire splendidamente nelle parsimoniose terre della Liguria e della val Graveglia. Importato dall’Anatolia e dalla Palestina, per opera soprattutto di quei grandi navigatori che erano i Fenici, l’ulivo si diffuse inizialmente nel centro-sud per poi colonizzare anche le regioni della Riviera e del retroterra, grazie principalmente all’opera divulgatrice dei monaci benedettini, che, oltre a irradiare il seme religioso del Cristianesimo, insegnarono ai liguri le tecniche di coltivazione dell’ulivo e di costruzione dei muri a secco a sostegno delle terre così "addomesticate". L’ulivicoltura vera e propria si diffuse solo alla fine del ’500, quando l’olio divenne qualcosa di più di un pregiato risvolto dell’oliva, da centellinare solo sulle ricche tavole delle famiglie nobiliari; inoltre l’aumento della sua richiesta al centro e nord Europa ne incentivò la crescita. I ritrovamenti di giare atte a contenere il prezioso liquido color oro confermano la diffusione dell’olio nella cultura locale, già a partire dal XVI secolo.

L’incremento degli uliveti lungo il litorale e l’immediato entroterra denotò una differenza essenziale tra le due estremità della Liguria: a ponente Olea europaea evolse come monocoltura, a levante invece conviveva con la vite e altri alberi da frutta. Ma in tutta la regione, che si trattasse della varietà "Taggiasca" ad occidente o "Lavagnina" ad oriente, il ceppo contorto divenne espressione del forte legame istauratosi tra il lavoro dell’uomo e l’utilizzo delle risorse ambientali. L’impianto ad uliveto delle ripide colline in val Graveglia ha comportato impensabili sacrifici per sistemare a "fasce" il terreno che oggi cattura l’ammirazione del turista, stupefatto sia per la bellezza del paesaggio, sia per le immani fatiche che questo lavoro ha comportato. Inevitabilmente un senso di ammirazione pervade l’animo di chi medita su quelle tredici giornate di lavoro che una pianta richiedeva per la sua messa a dimora.

In sintesi il contadino eseguiva le seguenti operazioni: liberato il terreno dalle pietre, usava queste ultime per alzare a valle un muro di contenimento, in dialetto "maxea". Lo spazio così ottenuto veniva colmato di terra, opportunamente dissodata, usando la zappa a due punte (il "bagàggiu") e il piccone; infine la pianta veniva collocata a dimora nella buca concimata. A quel punto non restava altro da fare che armarsi di tanta pazienza e attendere, almeno per due anni, che l’albero caratterizzato dal lento accrescimento iniziasse a dare i suoi frutti. La perseveranza e la tenacia dell’artigiano della terra venivano così premiate con un prodotto superlativo, garantito anche dalla incredibile longevità dell’ulivo: infatti alcuni esemplari raggiungono i 2000 e più anni di vita.
Una tale fatica doveva essere gestita con oculatezza, per questo le terrazze che scendono a fondovalle sono quasi tutte collocate sul versante marittimo, a solatio. Questo perché l’ulivo, pur adattandosi anche a terreni compatti e tendenzialmente acidi (purché ben areati e drenati dall’eccesso di umidità) è molto esigente per quanto riguarda gli sbalzi termici, soprattutto nel periodo particolarmente delicato che va dalla fioritura (fine inverno) all’inizio della maturazione e invaiatura (fine estate). Per questa serie di motivi i contadini si esimevano dall’impiantare l’uliveto in luoghi soggetti a forti gelate o, comunque, esposti all’aria fredda trasportata dalla tramontana.

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