| La Via | |
| dell’Olio | |
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L’olivo, Olea europaea sativa ha costituito sin dall’antichità un aspetto dominante dell’agricoltura e dell’ambiente del bacino del Mediterraneo. In tempi lontani l’olio di oliva, grazie alle sue proprietà organolettiche, rappresentava un prodotto fondamentale dell’alimentazione umana. Se ne faceva uso anche per l’igiene e la cosmesi personale, per alimentare le lampade ad olio o per lubrificare i rudimentali attrezzi "meccanici" del tempo. L’olio entrò nella cultura del popolo mediterraneo al punto tale dall’essere consacrato e utilizzato in certe cerimonie liturgiche e nella cura di alcuni sacramenti; lo stesso "Spirito di Dio", che nasce dall’unzione sacerdotale, si identifica nell’olio di oliva, come anche l’ebraico Messia ed il greco Kristos stanno appunto a significare colui che è unto. Oggi l’olio allieta soprattutto la buona cucina mediterranea mentre gli ulivi impreziosiscono il paesaggio di gran parte dell’Italia grazie alle fantasiose curve dei tronchi e al verde argenteo delle lanceolate foglie. In definitiva questo sempreverde della famiglia delle Oleacee, insieme al suo frutto, è entrato nel mito e nella storia dell’uomo. |
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La storia |
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L’incremento degli uliveti lungo il litorale e l’immediato entroterra denotò una differenza essenziale tra le due estremità della Liguria: a ponente Olea europaea evolse come monocoltura, a levante invece conviveva con la vite e altri alberi da frutta. Ma in tutta la regione, che si trattasse della varietà "Taggiasca" ad occidente o "Lavagnina" ad oriente, il ceppo contorto divenne espressione del forte legame istauratosi tra il lavoro dell’uomo e l’utilizzo delle risorse ambientali. L’impianto ad uliveto delle ripide colline in val Graveglia ha comportato impensabili sacrifici per sistemare a "fasce" il terreno che oggi cattura l’ammirazione del turista, stupefatto sia per la bellezza del paesaggio, sia per le immani fatiche che questo lavoro ha comportato. Inevitabilmente un senso di ammirazione pervade l’animo di chi medita su quelle tredici giornate di lavoro che una pianta richiedeva per la sua messa a dimora. |
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In sintesi il contadino eseguiva le seguenti
operazioni: liberato il terreno dalle pietre, usava queste ultime per
alzare a valle un muro di contenimento, in dialetto "maxea".
Lo spazio così ottenuto veniva colmato di terra, opportunamente
dissodata, usando la zappa a due punte (il "bagàggiu") e il
piccone; infine la pianta veniva collocata a dimora nella buca
concimata. A quel punto non restava altro da fare che armarsi di tanta
pazienza e attendere, almeno per due anni, che l’albero caratterizzato
dal lento accrescimento iniziasse a dare i suoi frutti. La perseveranza
e la tenacia dell’artigiano della terra venivano così premiate con un
prodotto superlativo, garantito anche dalla incredibile longevità dell’ulivo:
infatti alcuni esemplari raggiungono i 2000 e più anni di vita. |